Roberto Frugone - Notre Dame Paris

Oggi compio quarant’anni e finalmente mi fermo un poco sulla sommità del colle di quest’età che suona adulta, nuova e foriera di pensieri, progetti, fatiche e gioie.

Mi riprendo il privilegio di un pomeriggio di scrittura come piace a me, senza fretta, senza stronzate moderniste per cui pare che se non sai dire tutto in 140 caratteri non sei degno di competere col mondo. Scrivo senza altri fini che andare in profondità di me, pensare, riflettere, respirare. E condividere davvero ciò che ne viene fuori.

Mi scorrono davanti agli occhi molti volti, esperienze e immagini che hanno costellato la mia avventura umana finora e con tenera malinconia e trepidante speranza osservo i molti sogni e i tanti abiti che ha cambiato la mia identità camaleontica.

Fin qui son stato una brillante nullità a metà strada tra la musica e la poesia, la pedagogia e la tecnica. Ho ricevuto in dono nascendo dita sottili adatte alla tastiera del pianoforte, della chitarra e del computer, una voce per cantare e la passione per insegnare. Ma ogni qualvolta ho provato a sostare in ciascuna di queste identità, qualcos’altro mi spingeva più in là a sperimentare, trovare, dire la mia in nuovi modi. E imparare, studiare, imparare ancora.

Alcune cose, però sono rimaste sempre quelle negli anni e una in particolare desidero qui pubblicamente svelarla.

Non è la chitarra, il pianoforte, la penna d’oca del poeta o la moleschina fighetta per pseudoletterati da passeggiata mare. Oggetti nobili, teatrali e suvvia, anche abbastanza banali, no?

Roma 2000 - bacio alla terra

Oggi compio quarant’anni e vorrei ringraziare il mio zaino.

Umile, forte, capiente, pieno di tasche intercomunicanti, ganci, elastici e cerniere resistenti per custodire di tutto, lo zaino è l’oggetto più prezioso che mi accompagna da sempre.

Ricordo benissimo il mio Invicta con la banda arancione sotto la cerniera che avevo alle elementari. Soffriva sotto il peso dei libri che deliberatamente aggiungevo ogni giorno a quelli richiesti dalla maestra, tanto che quest’ultima raccomandò a mia madre di non farmi portare tutta quella carta in più: vaglielo a spiegare che ero io a riempirlo!

Zaino in spalla mi sono presentato su ogni tipo di palco e di fronte a ogni commissione d’esame. Come una chiocciola, senza zaino e minibiblioteca portabile non vado al lavoro. Impensabile senza zaino percorrere Alte Vie, pellegrinaggi e tutti i Camini di Santiago possibili su cui mi sono avventurato.

Avevo il mio zaino in spalla quando incrociai sulle scale verso casa Raffaella, che oggi è mia moglie. E non avete idea della mia gioia quando sono riuscito a farle acquistare il suo primo grande zaino da montagna!

Amo la vita e la sua feroce imprevedibilità, la sua bruciante intensità e l’inafferrabile senso che scorre come linfa nelle sue giornate. Ma una vita senza zaino per me è una canzone senza parole, una strada senza percorso, un’idea senza l’esperienza che la contenga.

Io oggi sono questo, lo zaino della mia stessa vita, degli amici che mi hanno accompagnato e sospinto, dell’amore ricevuto, custodito e speso, delle idee imparate e di quelle ancora in ebollizione dentro di me. Sono lo zaino dello sguardo appreso da mia madre e dei sogni della mia sposa.

E spero di essere a lungo lo zaino di tutti voi, fratelli carissimi di strada. Se da qualche parte c’è la porta di un paradiso dove un giorno mi presenterò, potete scommettere che avrò il mio zainetto in spalla, picchettando sull’uscio. Da camminante, da giullare, da quello che vi pare. Ma sicuramente con lo zaino. Ultreia!