Nella mattinata di mercoledì scorso 8 febbraio 2017 ho vissuto una delle esperienze più intense della mia carriera di artista: sono stato invitato a tenere una lezione sull’arte di scrivere canzoni con i detenuti del carcere di ChiavariL’incontro fa parte di un progetto curato dall’Istituto Caboto in collaborazione con l’amministrazione carceraria ed è stato organizzato grazie al solerte interessamento dell’insegnante di lettere Pieramaria Ciuffarella, cara amica docente di lettere presso la scuola del carcere e collega musicista.

Provo dunque a raccogliere e a condividere le molte emozioni e la grande carica di significati che questo gesto rappresenta per me come persona e come artista in questo momento della vita e, per quanto possa contare il mio piccolo operato, anche nella società del mio tempo.

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IL PERCHÈ DI UN GESTO

Varcare la soglia di un carcere che, anche se in mezzo alla città, in un attimo proietta chi la oltrepassa in un’altra dimensione di vita, visitare in punta di piedi quegli spazi di reclusione, vedere quei volti faccia a faccia e di fronte a loro raccontare l’esperienza liberante della scrittura, è un gesto che non lascia indifferenti ed è carico di responsabilità. Per questo motivo ho preparato con cura gli argomenti della lezione e il repertorio di brani presentati dal vivo (La strada, brano ancora inedito che uscirà nel mio prossimo album e Brezza e temporale), accompagnandomi con la chitarra durante l’incontro.

In quella mattinata con i detenuti, cercando di comunicare loro la mia passione per l’arte, ho sentito confermata in me l’importanza umana e civile dello scrivere e del comporre, inteso come atto creativo, come movimento del cuore e autonomia del pensiero, ma prima ancora come esigenza profonda della persona. Per avermi aiutato a riflettere ancora su tutto questo, sento pertanto di dover ringraziare io loro, come ho ripetuto più volte durante la mattinata, perchè sono prima di tutto io, quello che ascoltando loro e respirando quell’ambiente, ieri ha imparato insegnando.

Dove sta il buono di una lezione di scrittura creativa in carcere, oltre il fascino estetico e mediatico che questa esperienza può superficialmente suscitare? Secondo me è tutto racchiuso nella possibilità di riscattare i propri errori, di ri-umanizzarsi, che ogni società davvero civile sceglie di concedere a coloro che infrangono le regole, delinquono, o, filosoficamente parlando, cadono, sbagliano, arrecano male agli altri e a se stessi.

Mi risulta che quest’idea probabilmente fosse già racchiusa anche nell’espressione “Ero carcerato e mi avete visitato…” che un tale della Galilea pronunciò, in tempi non sospetti, con genialità rivoluzionaria.

In ogni caso, a me ieri è stata data l’opportunità, piccola nel gesto, ma grande nel significato, me lo auguro anche per i partecipanti, di manifestare questa possibilità, sia intervenendo come persona che fa visita ai detenuti, ma soprattutto come artista che testimonia il potenziale liberante e umanizzante dell’arte.

PERCORSI DI SENSO NELL’ETÀ DELL’ODIO

Viviamo tempi elettrici, confusi, e caratterizzati da grandi mistificazioni, in cui credo di poter affermare che la parola odio sia una delle cifre di scrittura del reale e insieme d’interpretazione della nostra epoca: odio in rete, odio tra etnie, odio tra vicini e odio verso l’altro, lo straniero, il diverso da noi, da me. Assistiamo poi, grazie alla permanente connessione digitale delle nostre vite, a un progressivo imbarbarimento del dibattito nell’opinione pubblica, dove accanto al diritto preteso ed esibito di dire qualunque cosa su chiunque, si legittimano e promuovono comportamenti intolleranti, xenofobi, spesso sostenuti da un giustizialismo qualunquista di fondo.

In questo senso, per molti, forse, visitare i carcerati e promuovere per essi attività formative ed espressive, potrebbe addirittura apparire oggi come un inutile gesto pietistico, oppure solidarismo buonista di facciata. Niente di tutto questo, almeno per me: al contrario, si tratta di animazione sociale, il mestiere che ho sempre affiancato a quello di artista, e che, nella mia esperienza, riempie di senso l’attività creativa.

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APPUNTI DI SCRITTURA CREATIVA

Con queste premesse ho aderito entusiasticamente all’invito dell’insegnante Ciuffarella, illustrando durante una lezione molto partecipata dagli studenti del carcere, le tecniche di scrittura che seguo per portare a termine la composizione di una canzone, come di un testo poetico o narrativo.
Dopo aver approfondito le fasi essenziali del processo creativo (esigenza – preparazione – incubazione – illuminazione – verifica; consultare per approfondimenti su queste fasi il bel Manualetto di Songwriting di Max Greco ), concentrandomi principalmente sulla parte testuale del lavoro di autore, ho cercato di comunicare l’importanza, in questa sequenza di azioni, di disciplinare i tempi da dedicare alla creatività (per esempio i miei canonici 45 minuti di concentrazione prima dei quali, di solito, non viene fuori nulla, e oltre i quali riesco invece quasi sempre a comporre qualcosa di buono), perchè scrivere è un connubio equo di libera ispirazione e di metodo ferreo.

Ho poi suggerito di utilizzare strumenti semplicissimi, alla portata di tutti, ma assai efficaci quali taccuini e penne da tenere sempre a portata di mano, e su cui continuamente appuntare idee e riscrivere i testi attraverso un meccanismo di elaborazione progressiva. Questa è infatti precisamente la mia tecnica di scrittura testuale di cantautore: redigo versioni sempre più aggiornate dello stesso testo man mano che esso prende forma sul foglio del blocco note, dopo aver dapprima appuntato idee sparse su grandi fogli bianchi.

LETTERA A UN GIOVANE POETA

Infine, per raccontare al meglio la mia esperienza di scrittura e composizione, mi sono avvalso di uno dei testi chiave della mia formazione personale, ovvero una delle Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, a mio avviso una delle più vibranti dichiarazioni d’amore per l’arte di tutta la letteratura, nonché uno degli scritti più eloquenti per capire il senso della scrittura creativa.

“Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate se essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice «debbo», allora edificate la vostra vita secondo questa necessità.

La vostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di quest’impulso. Poi avvicinatevi alla natura. Tentate come un primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete.” (Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta – Ed. Adelphi)

A un certo punto, il grande autore tedesco, che nella lettera in questione si rivolge appunto a un giovane aspirante poeta deluso dal poco riscontro di pubblico e di critica nei confronti delle sue opere, esplora i motivi profondi che spingono a fare poesia secondo lui, usando un esempio decisamente calzante al contesto in cui mi sono trovato durante questa lezione:

“E se anche foste in un carcere, le cui pareti non lasciassero filtrare alcuno dei rumori del mondo fino ai vostri sensi – non avreste ancora sempre la vostra infanzia, questa ricchezza preziosa, regale, questo tesoro dei ricordi? Rivolgete in quella parte la vostra attenzione. Tentate di risollevare le sensazioni sommerse di quel vasto passato; la vostra personalità si confermerà, la vostra solitudine s’amplierà e diverrà una dimora avvolta in un lume di crepuscolo, oltre cui passa lontano il rumore degli altri.

E se da questo viaggio all’interno, da questa immersione nel proprio mondo giungono versi, allora non penserete a interrogare alcuno se siano buoni versi; né tenterete d’interessare per questi lavori le riviste: perché in loro vedrete il vostro caro possesso naturale, una parte e una voce della vostra vita. Un’opera d’arte è buona s’è nata da necessità.”

IL DONO DELLA LIBERTÀ

Sulla parola, sulla musica e sulla creatività declinata in varie forme, posso dire di aver investito l’esistenza, profondendo in scelte di vita culturali, educative e artistiche, molte risorse di tempo, di mente, di soldi e di scelte personali. Spesso, per questo, ho fatto fronte a numerose deludenti facciate contro il muro, e ho osservato quanto queste scelte incidano davvero sul mio quotidiano, sul tenore di vita e le prospettive di futuro.

Ma il dono della libertà, che per me si declina nella capacità di esprimere idee ed emozioni attraverso l’arte, indipendentemente dal successo di fama o danaro che questo procuri, è un grande sforzo che vale la vita stessa, come intendeva Rilke. Ed è ciò di cui ritornerò a parlare con gli studenti detenuti del carcere, quando prossimamente, come già richiesto da loro, gli farò ancora visita per ascoltare di gusto le opere frutto della loro penna.


RASSEGNA STAMPA

2017.02.09 Il Secolo XIX - I detenuti a lezione di musica e poesia
2017.02.09 Il Secolo XIX – I detenuti a lezione di musica e poesia
2017.02.08 Il Secolo XIX - Gli studenti del carcere a lezione con Frugone
2017.02.08 Il Secolo XIX – Gli studenti del carcere a lezione con Frugone

BIBLIOGRAFIA