Non mi sembra neanche vero: stasera parteciperò alla spedizione, con una brigata di amici, che raggiungerà il Palaolimpico di Torino, dove, con biglietti prenotati da tempo immemore, assisterò al concerto di una delle icone di musicista che dalla più imberbe pubertà mi ha fatto compagnia: Mark Knopfler.

Quest’artista, per cui provo un’ammirazione sconfinata, rappresenta un esempio mirabile di sintesi tra una tecnica chitarristica inconfondibile, un grande gusto compositivo e la capacità di invecchiare magnificamente come il migliore degli whisky scozzesi. Il rock elegante e gentile della storica band che ha portato al successo Knopfler, i Dire Straits (che i fan accaniniti scrivono dIRE sTRAITS!), emerse sul finire degli anni ’70 con un sound pulito, una voce da cantautore storyteller e l’impressionante sapore di musica senza tempo in barba alla congerie punk che in quell’epoca imperversava.

La formidabile tecnica chitarristica di Knopfler, inoltre, costituisce un autentico schiaffo al purismo di chi teorizza un solo modo canonico di imbracciare lo strumento, pennare con il prettro o pizzicare le corde: questo signore suona con le prime tre dita della mano destra sulle corde e le rimanenti due appoggiate permanentemente alla cassa della chitarra, ovvero come secondo molti manuali non si dovrebbe fare mai!

Mark Knopfler
Mark Knopfler

All’inizio della sua carriera solista, quando l’autocelebrazione da rockstar in stato di pre-pensionamento cominciava ad aleggiare nell’aria, l’umile Knopfler iniziò un convincente percorso di ricerca e sperimentazione rivolto al suono folk e celtico delle sue origini scozzesi, alle radici del blues, della country music e alla produzione di colonne sonore.

Sono passati più di vent’anni da quell’estate del 1992 in cui assistetti a tutti i costi – il giorno prima quasi mi slogai una spalla durante una partita a pallavolo tra amici! – a Milano a una data dell’ultimo “On The Night” tour dei dIRE sTRAITS: stasera mi sembra di rincontrare un vecchio amico, oltre che un musicista di cui avrei voluto saper scrivere giusto uno dei suoi riff celeberrimi.

A volte, da incorreggibili artisti un po’ narcisi, a stare sotto il palco degli altri si prova una specie di malinconia di non esser là sopra, anche solo ad accompagnare con un cembalino, in molte altre occasioni, invece – e questa è una di quelle – il brivido poco narrabile di ritrovare i suoni di un pezzo della colonna sonora della propria vita, ci pervade di un’emozione fantastica da gustare in poltrona.

Grazie di tutto, Mr. Knopfler, e non cominciare senza di noi!