Sabato scorso, al Centro Giovani Chiavari, tra chitarre più o meno accordate, aromi di scarpe da ginnastica e una fantastica fiera campionaria di brufoli e scapigliature, si è tenuto il consueto concerto di primavera con le band che frequentano la nostra sala prove. A un certo punto del pomeriggio in musica, il punk era così chiassosamente urticante da infastidirmi come poche altre volte mi era capitato ascoltando e cercando di miscelare i suoni pungenti delle rock band di turno dalla mia postazione alla consolle mixer.

Già, perchè questo è il mio compito, quando parte la macchina perfettamente oleata dell’organizzazione concerti al Centro: tecnico di accensione e salvamento dell’apparato strumentale di palco, smanettone impenitente alle manopole degli amplificatori e del mixer, parafulmine verso cui prontamente rivolgere improperi, richieste assurde tra cui per esempio portare a volume 11 una cassa che di fondoscala arriva a 10. In pratica, qualunque problema audio sarà sicuramente colpa mia! Pazienza, dopotutto non me la sono mai presa per questo, ma sabato scorso, quel punk suonato nella maniera più scalcinata possibile è quasi riuscito nell’impresa di irritare proprio me che da vent’anni, fra allievi e band improbabili che transitano negli spazi musicali in cui lavoro, ne sento davvero di tutti i colori.

Qualcosa mi disturbava, di quella musica stonata, fuori tempo, senza capo nè coda, insomma malfatta un po’ volutamente, ma in larga parte semplicemente mal riuscita.

Forse non a tutti è chiaro che quella moda fighetta della musica contemporanea che risponde al nome di lo-fi, ovvero bassa fedeltà, suono sporco, garage, in realtà è frutto di un meticoloso lavoro di studio. In pratica, anche il punk fatto bene necessita di grande arte e tecnica, come certe applicazioni fotografiche vintage per gli smartphone, che imitano le vecchie reflex a pellicola, ma sotto hanno un roboante sistema digitale. Ai ragazzi spesso questa dietrologia sfugge, e in fondo è giusto così, anche se a volte lascia nell’animo un leggero retrogusto amarognolo, quando le canzoni non ci vengono come in quei dischi che suonano magnificamente male.

Mentre il pomeriggio proseguiva con il suggestivo intermezzo di una volteggiante performance di hip hop dance (si dirà così?!), ho iniziato a discutere spassionatamente con i colleghi di queste sensazioni e ho cominciato a comprendere: che punk sarebbe se non rompesse i coglioni? E quanto poco riscontro ho dato finora a questi ragazzi, con i quali mi ero promesso più volte di fare un percorso di perfezionamento musicale assieme in sala prove che li aiutasse davvero a produrre quello stile lo-fi tanto desiderato? È nuovamente colpa mia, come di ogni suono brutto in sala?!

A fine giornata, al termine di un pomeriggio in cui mi lambiccavo in questo tipo di riflessioni da pelo nell’uovo, il Centro ha offerto un nuovo schiaffo alla guancia del mio filosofeggiare affrettato: il chitarrista della punk band mi si avvicina e con la solennità di un oracolo mi confida: “Grazie per questa grande opportunità che ci avete regalato oggi!”

Avrei voluto sparire, io le mie minchiate musicologiche.

Inafferrabile adolescenza, col tuo volteggiare irriverente, col tuo timore e desiderio di riuscire ad atterrare in piedi, mi hai stupito e fregato ancora: scusa!