Sul blog del Villaggio del Ragazzo, l’ente per il quale lavoro dal 2000 occupandomi principalmente di animazione sociale con adolescenti, anziani e disabili e comunicazione multimediale, è stato pubblicato l’ultimo video documentario che ho realizzato in occasione di un Corso di Formazione per Insegnanti di Religione Cattolica tenutosi presso il Centro Acquarone il 16 gennaio scorso, appuntamento a cui il Villaggio è stato invitato come ospite speciale.

Il video mostra alcune idee e immagini di casa raccolte nell’ente diocesano Villaggio del Ragazzo, attraverso le testimonianze volutamente incrociate di ambienti, ospiti ed educatori che operano con disabili, anziani e giovani nel Centro Benedetto Acquarone, nota struttura socio-sanitaria di Chiavari.
Il mosaico variopinto di scorci, volti e parole che ne emerge è a mio avviso suggestivo e mi spinge a fare alcune riflessioni.

Innanzitutto credo che sia bello e utile raccontare il sociale, le storie della gente e i servizi che provano a rispondere ai bisogni delle persone. Punto.

Secondariamente penso che non sia affatto semplice produrre questo tipo di prodotti multimediali nel mondo del privato sociale no profit, in particolare quello educativo e socio-sanitario dove lavoro io.

C’è un problema di risorse, sempre centellinate in questi contesti dove invece sarebbe auspicabile che abbondassero per garantire buoni servizi alla gente. È già difficile assicurare finanziamenti che diminuiscono continuamente: figuriamoci destinare risorse per lo storytelling, la comunicazione, la divulgazione dell’opera sociale che quell’azienda mette in atto.

Ma il problema non è solo economico, di risorse umane, tecniche e tecnologiche: il problema è anche e soprattutto culturale. Molto spesso la fatica è mostrare fuori (all’esterno dell’azienda o della realtà che compie un lavoro sociale, intendo) quel che dentro si dà per scontato si conosca e che fuori non si immagina nemmeno che possa esistere là dentro! È il problema di tante realtà educative e socio-assistenziali tutte tese a operare (giustamente, ci mancherebbe!) con le persone e i contesti sociali e poco attente a raccontare quelle stesse attività con i mezzi che la moderna tecnologia e la scena multimediale oggi offre. Così finisce che spesso a un ottimo lavoro sul campo si contrapponga una scadente (quando non assente) narrazione sui media.

Invece ci vuole impegno, tecnica e gusto: oggi l’immagine è tutto, il video impatta velocemente e con forza indelebile impressiona le coscienze. Occorre mostrare senza offendere, sminuire, umiliare o spettacolarizzare realtà già abbondantemente complesse di per sé. Per produrre multimedia nel sociale occorre svestirsi dell’insopportabile politicamente corretto che ammanta di bontà sdolcinata e di fastidiosi eufemismi la sofferenza e il disagio spesso così preponderanti nelle realtà di assistenza sociale.

Io lavoro più o meno lì in mezzo, armato di telecamera, chitarra, microfono, computer e quaderno. Ci provo a farlo laicamente in ambienti che a volte trasudano fumi di sacrestia, ci provo calcando con forza laddove il senso comune metterebbe i cuoricini, e ci provo con lo sguardo del poeta laddove il qualunquista vedrebbe solo camere di ospizio col neon bianco.

Buon viaggio multimediale!